L’armonia tra l’uomo e la natura presso gli indiani d’America

“L’indiano cacciatore o agricoltore seguiva leggi il cui fondamento ecologico non può essere messo in dubbio. Queste leggi riflettevano un’armonia tra l’uomo e il suo ambiente. L’indiano provava un sentimento di rispetto verso i fenomeni naturali, non considerava il mais, i cereali o la selvaggina come semplici piante o alimenti nutritivi, ma come manifestazione del favore delle divinità. Il germogliare del seme, la sua dipendenza dal sole o dalla pioggia, fonte di vita, la membrana della gemma, il polline, figuravano sotto forma di simboli nei canti, nelle leggende e nelle cerimonie. Molto prima di scoprire l’agricoltura, l’indiano caccia. Tuttavia, tranne che per i Pueblos, l’indiano diventato agricoltore non abbandona la caccia. Il più delle volte l’agricoltura era praticata dalla donne, tenendo l’uomo per sé “una più nobile attività”. L’indiano apprezzava la carne ma l’agricoltura gli assicura un’alimentazione regolare. Per la carne, l’indiano dipendeva interamente dai mammiferi selvatici, non possedendo animali domestici; nessun tentativo sembra sia stato fatto per addomesticare il bisonte. Quanto al cavallo, entrato presto nell’uso domestico delle altre civiltà, se ne trovano tracce in epoca preistorica, poi disparve dall’America. Alcuni pensano che gli indiani li mangiassero, come facevano alcune tribù con i cavalli fuggiti dagli accampamenti spagnoli nel XVII secolo. “Quando non c’è carne, la fame avanza a grandi passi attraverso il campo”, diceva un detto indiano. Essendo la carne il cibo preferito e coprendo la maggior parte del fabbisogno alimentare, la caccia rivestiva grandissima importanza per l’indiano. Fin dalla tenera età l’indiano imparava a catturare la piccola selvaggina. Adolescente, seguiva un membro della famiglia che lo iniziava alle differenti tecniche di caccia; doveva fare attenzione a uccidere l’animale “nel modo giusto”, altrimenti lo spirito della bestia avrebbe messo in guardia gli altri animali e il cacciatore non avrebbe più catturato selvaggina. Il giovane cacciatore doveva quindi rispettare i tabù e i riti della sua tribù nei confronti di certi animali” (pag 50-51) [Philippe Jacquin, ‘Storia degli indiani d’America’, A. Mondadori, Milano, 1984]