L’uso dei termini “clandestini”, “irregolari”: l’esistenza di questi immigrati precari è nota ufficialmente ma non viene riconosciuta

“Prendiamo in esame alcune (…) parole. Esse condividono il fatto di privilegiare il linguaggio spaziale. Creano così una metafora di cui ogni descrizione e ogni analisi restano prigioniere. «Esclusione» è la prima di queste parole. Essa sottintende, in modo quanto mai evindente, l’esistenza di un interno e di un esterno, di una frattura e di un confine. Frattura e frontiere fisiche, geografiche, quando si tratta di controllo dei confini nazionali di fronte alla pressione delle persone originarie dei paesi poveri che tentano di accedere alle regioni ricche del pianeta, spesso a rischio della propria vita. Frattura e frontiera sociologiche quando si pensa a tutti quelli che, all’interno dei paesi ricchi, non beneficiano, o beneficiano assai poco, della ricchezza, e tra i quali si trovano proprio alcuni di coloro che sono fuggiti dalle zone più povere del pianeta. «Clandestini», «irregolari», parole o espressioni che definiscono alcune categorie di immigrati, ma contrariamente a quanto suggeriscono, l’esistenza di questi immigrati è spesso ufficialmente nota. Semplicemente non è riconosciuta. I clandestini si distinguono dagli altri immigrati anzitutto per via del diniego di cui è oggetto la loro esistenza. L’intera categoria generale dell’immigrazione è peraltro colpita da questa precarietà di ‘status’. La qualifica di immigrato «ufficiale» non costituisce un’assicurazione assoluta contro lo scivolamento nella clandestinità: un visto turistico ha una durata limitata, così come un permesso di soggiorno, le leggi sull’immigrazione possono cambiare in funzione della congiuntura politica ed economica” (pag 38-40) [Marc Augé, ‘Per una antropologia della mobilità’, Jaca Book, Milano, 2010]