Moti del 1889: rabbia antipadronale, solidarietà, spirito di emulazione furono i sentimenti predominanti tra le popolazioni rurali

“Ma l’aspetto più rilevante e appariscente dei fatti del 1889 fu il dilagare violento di un odio sviscerato nei confronti del ceto proprietario, odio che accomunava la generalità delle popolazioni rurali della zona e chi espresse in tumultuose e corali manifestazioni di centinaia e migliaia di uomini, donne, ragazzi, culminate spesso nell’attacco ai simboli del potere economico e amministrativo, i palazzi, le ville e i giardini dei «sciori» e la sede del municipio. Chi tra i testimoni di quelle giornate colse bene lo stato d’animo misto di rancore e di esasperazione delle popolazioni fu un anonimo corrispondente del «Secolo», che così tratteggiava le motivazioni e la dinamica delle proteste: «Da una parte c’è un odio profondo e sordo: è un odio che i dolori e le oppressioni di parecchie generazioni hanno accumulato, dall’altro vi è uno svegliarsi repentino di gente che troppo tardi si accorge di aver trattato i contadini peggio delle bestie che hanno in stalla, ed è un’incertezza, un dubbio generale, una paura angosciosa di quel che l’avvenire prepara. I contadini si radunano sui sagrati delle chiese; quando le funzioni religiose son terminate, si dirigono verso le case dei proprietari che non sono umani e verso la sede del Comune: si rompono le lampade, si mandano avanti i ragazzi e i giovanotti e comincia la grandine di sassi contro i vetri e le imposte». Scene come quelle qui descritte si svolsero nelle settimane tra metà maggio e i primi di giugno in decine di comuni, ma il punto di riferimento emblematico delle folle tumultuanti fu la gente di Arluno, l’iniziatrice della protesta, che scrollandosi di dosso una secolare sopportazione aveva messo a sacco il palazzo del maggiore proprietario (che non a caso era anche il sindaco), il conte Giorgio Dal Verme; e proprio a «quelli di Arluno» inneggiava il canto che echeggiò in molte delle manifestazioni di quelle giornate: «Evviva nun, evviva quij d’Arlun. Abbasso i sciori e i guardi del Comun». Rabbia antipadronale, solidarietà ed anche spirito di emulazione furono quindi i sentimenti che predominavano tra le popolazioni rurali, le quali non si lasciarono intimidire dalla raffica di arresti e dal massiccio spiegamento delle forze dell’ordine, che in due occasioni – ad Arluno e a Corbetta – spararono cagionando un morto e vari feriti. E rivelatori di questi stati d’animo sono ancora le grida scandite nei cortei («Viva el sciopp!»; «Morte ai sciori!»; «Fuera i danée! Avert i granée!») e i versi improvvisati dalla musa popolare («Ai operai che andaran alla giornata del padron, ghe tajerem na pianta de melgon» (…). Il movimento del 1889 abbracciò, come si è detto, un insieme di comuni nei quali il lavoro in fabbrica, specie di donne e fanciulli, era ormai una realtà consueta. E la presenza degli opifici industriali rese quindi possibile in qualche circostanza una saldatura tra le agitazioni dei contadini e quelle delle operaie (che del resto appartenevano generalmente alle famiglie dei coloni in sciopero), come avvenne a Inveruno e ad Arluno” (pag 11071-11072) [Franco Della Peruta, ‘«Morte ai sciori!». Il movimento contadino nell’alto milanese (1885-1889). II’, ‘Calendario del Popolo’, Teti editore, Milano, n. 481, ottobre 1985]