‘Dante adotta il volgare perché è l’unica lingua con la quale è possibile rivolgersi al pubblico che egli ha scelto per il trattato: gli indotti’

“Una revisione dei nodi centrali del trattato che si risolve, contrariamente a quanto finora accaduto, anche in una reale alternativa di insieme si realizza nel 1958 con gli interventi di Gustavo Vinay. A motivare la svolta, determinante è forse la sensibilità diversa dell’interprete, la sua consuetudine con il Dante pensatore, soprattutto politico, e non, come in genere per gli esegeti del ‘De vulgari’, con il Dante letterato. (…) Quale l’alternativa posta allora da Vinay? Il porsi da parte di Dante il problema della lingua illustre in termini di volgare italiano, con orizzonte di indagine esteso a tutta la penisola, «implica la preesistenza nella sua mente di un concetto di unità italica, traducibile con i termini (…) di “regnum”, di “natio”, di “giardin dell’Impero” e così via». (…) Sviluppandosi federe alla linea cronologica individuata, anche l’analisi di Vinay inizia con il primo libro del ‘Convivio’: «È innanzitutto fatto di immediata constatazione che egli non polemizza «contro» il latino, ma contro la preferenza accordata dai suoi contemporanei al volgare altrui e contro il malo uso fatto della lingua dotta da uomini preoccupati non della verità e della sua diffusione ma del pratico successo sul mercato della cultura. Altrettanto chiaro che, se la difesa del volgare italiano nei confronti di quello d’«oco» è assoluta, cioè investe il suo uso tanto in prosa che in versi, il rapporto col latino è considerato in funzione del commento (‘Ricerche’, I, p. 240). E nel commento «Dante adotta il volgare per alcuni meriti obiettivi»: è l’unica lingua con la quale è possibile rivolgersi al pubblico che egli ha scelto per il trattato: gli indotti. Essi sono peraltro la vera nobiltà d’Italia; i dotti, al contrario, «non trarrebbero dal commento, anche latino, alcun profitto» per la loro avidità, per la loro mancanza di nobiltà d’animo. Ma il volgare è anche «la manifestazione principe della nostra storicità d’esseri razionali e socievoli. Nasciamo alla storia perché il linguaggio (volgare) ha unito spiritualmente prima che fisicamente i nostri genitori (I, 13, 14); grazie a questo stesso linguaggio maturiamo alle prime consapevolezze individuali e alle relazioni umane (…) (I, I, 13, 8)»; ed è ancora il linguaggio che «introduce alla conoscenza del latino» ovvero alla scienza: di qui «l’affetto, la gelosia, la volontà di difenderlo» (‘Ricerche’ I, p. 240-241)” [Ileana Pagani, ‘La teoria linguistica di Dante. ‘De Vulgari Eloquentia’: discussioni, scelte, proposte’, Liguori editore, Napoli, 1982]