Pietro Aretino: l’uomo più ricercato e lodato e al tempo stesso più odiato e ingiuriato

“Nella dovizia letteraria del nostro Cinquecento Pietro Aretino non occupa certamente un posto secondario. E nelle sue opere è tutta la sua ricca multiforme, intensa personalità. Egli, che amò definirsi «per divina grazia uomo libero», liberamente usò la penna e la irruenta e violenta versatilità del suo ingegno. Fu, nell’epoca sua, l’uomo più ricercato e lodato e al tempo stesso più odiato e ingiuriato: Carlo V a Peschiera non esitò a farlo cavalcare accanto a sé, il papa lo accoglieva con un abbraccio; Giovanni delle Bande Nere, il famoso capitano di ventura, padre di Cosimo, che doveva essere duca di Toscana, lo teneva carissimo e affermava di sentirne profondamente la mancanza quando non lo poteva avere presso di sé; l’amico Tiziano lo ritraeva in una tela, e un ritratto gli faceva pure Sebastiano del Piombo; l’Ariosto lo chiamava «divino». D’altra parte, gli insulti, le accuse, le detrazioni dei nemici sono testimonianza continua della fortuna e della fama raggiunte: Achille della Volta tentò persino di assassinarlo; il Berni non gli risparmiò ingiurie, ed è famoso il sonetto ch’egli chiude con l’augurio triviale «t’affogheranno ancora un dì ‘n un cesso»; il Doni lo chiamò «vero Anticristo del secolo nostro». Sono soltanto alcune delle molte testimonianze che si potrebbero addurre a mostrare come l’Aretino, in un modo o nell’altro, attrasse l’attenzione dei suoi contemporanei, suscitando in essi, si può dire, le medesime impetuose passioni che agitavano il suo spirito inquieto. Nacque ad Arezzo nel 1492, figlio illegittimo di un certo Luigi Bacci e d’una certa Tita. Molte leggende sorsero intorno alla sua vita e alla sua personalità (…). Una folla di persone cerca la sua amicizia e spesso il suo appoggio tanto da fargli dire che le scale di casa sua sono «consumate dal frequentare dei lor piedi, come il pavimento del Campidoglio da le ruote dei carri trionfali». Spregiudicato e presuntuoso, e non soltanto per questo, lo raggiungono le frecciate, le punture velenose, le ingiurie dei suoi antichi nemici, del Doni e di altri; le accuse più infami e volgari tentano di lederlo, ma solo per un momento si può dire, la gaudente tranquillità della sua vita veneziana ne fu turbata, allorché lo investì un processo per bestemmie e anche, ma non è certo, per sodomia. Del resto, lì lo raggiungevano anche gli onori dei monarchi Carlo V e Francesco I, del papa, della sua città natale. (…) Il più gran giullare dei tempi moderni mise la penna al servizio della sua lingua serpentina e velenosa, del suo vivo e pronto ingegno, senza inchinarsi a nessuno se non per trarne vantaggio, senza temere l’ira di nessuno, ma piuttosto facendosi temere; e la sventagliò a destra e a manca, frustando liberamente, senza ritegno alcuno. La sua produzione è ampia e varia, ed ha una spiccata personalità e originalità: prima di tutto quella di una vera spontaneità d’accenti e d’espressione, di cui non senza diritto egli si vantava, in un secolo in cui i letterati erano chini a forbire, sull’esempio dei grandi che si sforzavano di imitare e di emulare, l’eloquio e lo stile; anzi, la sua è ribellione aperta contro ogni canone artistico e contro l’imperante petrarchismo: e non per principio di artista o di letterato, ma per capriccio, per ribellione di uno spirito ostile a ogni forma di ossequio, persino a quella d’una dottrina artistica, e forse anche per una certa qual pigrizia intellettuale. Di qui quel disprezzo e la derisione dei «pedanti» (…)” (pag 5-7) [nota di Carla Cremonesi a: Pietro Aretino, ‘La Taranta’, Rizzoli, Milano, Bur, 1956]