‘La realtà è divenire e la vita processo. La sua cessazione appartiene al divenire in quanto tale, all’esistenza nella sua essenza…’

“Nell”Apologia di Socrate’ questi argomentava la necessità di non temere la morte sulla base di un dilemma di cui uno dei corni prevedeva la possibilità di trasmigrare in luighi ove incontrare persone dabbene e insigni. Marco Aurelio la pensa invece come allontamamento di persone che con la loro vicinanza possono inquinare l’anima e che non possiedono la nostra stessa concezione dei valori. Persone che – precisa immediatamente il filosofo – non debbono certamente essere odiate, ma semmai sopportate e aiutate (anche questo è un tema ricorrente. Cfr. per esempio VIII, 59), ma che comunque rendono desiderabile il distanziarsene. Su questa base, l’iniziale pensiero che la morte non va temuta si trasforma in un invito ad accoglierla benignamente e persino in un fervido auspicio che possa giungere presto. Nel pensiero 21 il carattere di evento naturale della morte è illustrata osservando che tutto il decorrere della vita, in ogni suo processo ed evento, comporta dissoluzione dello stato precedente e dunque morte. Così il passaggio da un’età all’altra, così il trascorrere del tempo con ciascuno dei propri cari. Il riferimento al tempo vissuto col nonno e con la madre dà al pensiero un’intonazione accentuatamente personale. La meditazione – si osservi – non si costruisce su un’analogia tra questi eventi e il decesso (come non è un male l’interruzione verificatasi nel mutamento d’età, come non lo è quella prodottasi nell’aver vissuto prima con una persona, poi con un’altra, così non lo è neppure quella che si determina con la morte), giacché in tal caso si sarebbe in presenza di una differenza tra la morte e l’evento naturale analogo. Proprio quella differenza che il filosofo intende negare, assimilando invece la morte stessa a qualunque altro evento della natura. La base della meditazione è così la piena e totale inserzione del morire nei processi che occorrono all’uomo e, più latamente, a ogni vivente. Il suo presupposto à che la realtà è divenire e la vita processo. Sicché la cessazione e il non-essere, che appartengono intrinsecamente al divenire in quanto tale, ossia all’esistenza nella sua essenza, non hanno nulla di negativo e di male. La morte, insomma, non è un male perché è un momento necessario della realtà che è divenire. Nel pensiero 24, che segue una suggestione omerica, la morte e la sua ineluttabilità dischiudono una riflessione attestata sulla vacuità del vivere, che – come s’è or ora detto – della morte è strutturalmente intriso” (pag 684-685) [Commento di Marcello Zanatta al Libro Nono, (in) Marco Aurelio, ‘Ricordi’, Rizzoli, Milano, 2009]