Grecia antica: considerazioni sui siciliani e gli italiani, sugli uomini, la virtù e la ricchezza

“Io passeggiavo con Erixia di Stiria sotto il portico di Giove Liberatore, quando fummo avvicinati da Crizia e da Erasistrato, figlio di Focione, nipote di Erasistrato. Erasistrato era arrivato da poco dalla Sicilia e dai paesi vicini. – Buon giorno, Socrate -, mi disse egli venendomi incontro. – Buon giorno, risposi io, Come va? Hai tu qualche buona notizia da darci della Sicilia? – Sì, proprio, – mi disse egli – ma, di grazia, sediamoci anzitutto perché io sono stanco, essendo venuto così a piedi da Mègara. – Volentieri, sediamoci. – Che volte voi sapere prima di tutto dei Siciliani: ciò che essi fanno o ciò che pensano sul nostro conto? Io trovo che rassomigliano perfettamente alle vespe, che, per poche che le si ecciti, non possono più essere arrestate se non con la distruzione dell’intero sciame. Nella stessa maniera noi non riusciamo mai a sottomettere i Siracusani se non impiegheremo contro di loro una flotta cospicua e se non tenteremo d’infliggere loro qualche colpo decisivo. Queste nostre piccole spedizioni non fanno che irritarli e renderli più intolleranti. E se essi ci hanno ora inviati degli ambasciatori, io sono sicuro che è per giocarci qualche tiro. Mentre proferiva queste parole passarono innanzi a noi gli ambasciatori Siracusani. Erasistrato mi accennò col dito uno di essi. – Questo uomo, – mi disse, – è il più ricco tra tutti gli Italiani ed i Siciliani. Come dubitarne? Egli possiede tanta terra che gli sarebbe facile di coltivare un territorio immenso: in tutta la Grecia non esistono così vaste proprietà. Egli possiede inoltre tutto ciò che costituisce la ricchezza: schiavi, cavalli, oro e argento. Vedendo che egli stava prendendo l’aire da lontano per farmi una lunga chiacchierata sulla fortuna di quell’uomo, io l’interruppi. – Dimmi, o Erasistrato, che reputazione gode in Sicilia quell’uomo? – I Siciliani e gli Italiani lo reputano ancor più – ed a ragione – come il peggiore che come il più ricco tra loro, a tal punto che se tu domandassi al primo Siciliano che ti capiti qual è l’uomo più ricco e più cattivo non ti nominerebbe altri che lui. Rilevando come egli non parlasse di cose indifferenti, ma precisamente di quelle che tengono il maggior posto nell’opinione degli uomini, la virtù e la ricchezza, gli domandai chi trovava egli più ricco, l’uomo che ha due talenti d’argento o quello che ha una terra del valore di due talenti. – Secondo me quello che possiede la terra – mi rispose. – Dunque seguendo lo stesso ragionamento – soggiunsi io – chi avesse dei vestiti, dei tappeti o altre cose di maggior valore di quelle di questo straniero, sarebbe più ricco di lui? Egli ne convenne. (…)” (pag 205-206) [“Erixia o della ricchezza” (le persone del dialogo: Socrate – Erixia – Crixia – Erasistrato) (traduzione del dialogo secondo il testo delle opere di Platone raccolte nella “Scriptorum Graecorum Bibliotheca”, collezione Firmin Didot), in appendice a: Felice Faldella, ‘Appunti di economia politica’, L. Cappelli editore, Bologna, 1926]