“Allo stordimento della sciagura immensa e generale, succedeva, a mano a mano che ognuno ne riscontrava più e più gli effetti particolari e i suoi, un accasciato stupore e sfiduciato, che diventava facilmente stizzoso. Così si inasprivano sospetti ed accuse di ingiustizie contro la Lapacchioli; e il Pizzacarino era uno dei più solerti a spargerle, com’era dei più risoluti a non voler lavorare, non già per pigrizia, ma per principio: – I capitalisti devono nutrirci, – diceva: – con questo non faranno altro che restituire un poco del molto che hanno usurpato a noi proletari. E l’occasione è buona per approfittarne. Egli dunque non si presentava come un mendicante disperato a supplicar l’elemosina, ma con la faccia di vendicatore dell’ingiustizia sociale, e già di milite della lotta di classe. Aveva approvato perciò che i lavorati disertassero i lavori, ch’era stata tant’ira della Lupacchioli, per andare alle funzioni, dicendo: – Tanto peggio, tanto meglio: la miseria arriverà a un tal punto che verrà la rivoluzione sociale. Finché non è fatto tutto, non è fatto nulla. Con questo, attizzava il malcontento per le paghe dell’appaltatore; e quando parecchie centinaia di operai s’erano messi in sciopero, era stato lui a crear l’intesa, a disciplinarli, e si poteva già dire a organizzarli, insegnando la forza che potevan cavarne. Anche da lui, principalmente, era stata costituita una specie di squadra volante, la quale era andata in giro per largo tratto del paese a dire che nessuno si facesse trarre in inganno né s’azzardasse a ingaggiarsi in luogo degli scioperanti, perché: – Sarebbe un tradimento, una coltellata nelle spalle dei compagni; e quando che qualcuno non arrivasse a capirla colle buone, gliela faremmo entrare nel cervello colle cattive. L’argomento delle paghe esose, del tradimento, e dei randelli di cui andava munita la squadra istruita dal Pizzacarino, persuadeva. L’appaltatore, contro ogni sua previsione, non trovò da sostituire gli scioperanti, e dovette aumentar la paga; e anche questo persuase e piacque: meno, invece, la pretesa della squadra di non sciogliersi a sciopero finito, e di non mettersi a lavorare, anzi di prelevare sui soccorsi largiti alle famiglie una buona porzione di pane. – Adesso, – chiedevano gli operai al Pizzacarino, tornando al lavoro, e ai suoi affiliati, – che cosa ci state più a fare? – A guardarvi le spalle. – Ma lo sciopero è finito. – Come sarebbe finito, se non ci fossimo stati noi? – Va bene; ma adesso… – Adesso, se non ci fossimo noi, l’appaltatore troverebbe in meno d’un’ora per ognuno di voi cento disperati morti di fame e incoscienti; vi licenzierebbero per soppiantarvi a ribassare la paga, e, nel darvi un calcio, si caverebbe anche il gusto di vendicarsi. Volete questo? Non avete che da dirlo. – No questo no! (…)” (pag 597-599) [Riccardo Bacchelli, ‘Il mulino del Po. Tomo secondo. La miseria viene in barca’, Mondadori, Verona, 1958]
