“(…) Diceva dunque il Raibolini, rinfrancato da ogni dubbio: – Col boicottaggio faremo terrore agli avversari e terremo in riga gli scioperanti; che se lo sciopero dovesse fallire una prima volta, boicotteremo i crumiri e con buoni esempi, da metter bene in testa a tutti che cosa costa il tradimento, prepareremo un altro sciopero, e così via, fino a quello che non fallirà. Contro il crumiro il boicottaggio non ha da smettere mai né un giorno né un’ora; dev’essere continuato in ogni caso, quando non c’è sciopero anche più che quando c’è. Il crumiro non deve più conoscer pace né respiro: solo il prete per l’olio santo. – Azione inflessibile e metodica. – diceva il Machiavelli, dilettandosi d’insufflare una tal quale pedanteria in quella pedagogia malvagia, secondo il suo gusto ironico e canzonatorio. – Ma sopra tutto bisogna regolarsi in modo che il crumiro non possa avere il pretesto di invocare la legge. Bisogna stare disciplinati agli ordini, nella più stretta legalità formale. – Si capisce. – diceva il capolega; – e basterà boicottare anche gli indisciplinati. Ma gli uditori capivano la forza dello sciopero, e quantunque, di propriamente agricoli, cotesto che si preparava fosse il primo, ciò n’ingrandiva la potenza e la gravità, nella loro aspettativa. Stentavano invece a comprendere come quell’altro nuovo trovato dal nome forastico potesse riuscire così efficace, come voleva il Raibolini: il quale portò esempi pratici, e il più calzante e parlante era sempre del mulino: – Quando sarà impegnata la grande battaglia del proletariato campestre di Ro e della Guarda contro la «Capitale e Lavoro», voi incrocerete le braccia, ma nessun lavoratore dovrà fornire l’opera propria ai padroni borghesi, che sarebbe ferire alle spalle voi, esercito proletario. E, per esempio, nessuno dovrà macinare il grano del Clapasson. – Come lo porterà? Nessuno, state bene a sentire, nessuno dei suoi dipendenti attaccherà i cavalli né metterà il giogo ai buoi, nessuno caricherà le sacca e guiderà i carri, nessuno governerà le stalle, nessuno darà da mangiare alle sue bestie: come farà colui a portarlo al mulino? – Ma il bestiame morirà, – diceva qualcuno spaventato da un tale estremo, che riusciva ancora tanto enorme ed empio da non potersi concepire. – Morirà. La guerra non si fa senza perdite e disastri, e senza guerra non avrete le terre. Le volete le terre? Il pensiero tornava ad esaltarli, in silenzio. Quel che c’era da rischiare, da perpetuare, infiammava le brame mature. – Dunque, – diceva il capolega dopo una lunga pausa, in cui li scrutava uno per uno negli occhi, – farete la guerra allo Czar di tutte le Guarde e ai suoi compagni, se gliene resteranno. Ma ai traditori; che farete ai crumiri? In paese costui non ha da trovarne. Cercherà di farne venire di fuorivia: non vi dico di prenderli a schioppettate, che lo meriterebbero, ma sarebbe il pretesto che cerca lui per chiamare Ciafaglione e i soldati, per chiedere lo stato d’assedio. Vi dico questo: al crumiro, voi non gli lascerete cuocere la sua polenta al vostro focolare, non permetterete che metta piede nelle vostre case; non solo non gli fornirete attrezzi ed arnesi, ma a un tempo opportuno farete sparire, se si fida di lasciali in giro, quelli che avrà potuto portare con sé. E se gli capita una disgrazia, non dico aiuto, ma neanche gli darete un’occhiata; e mai, per nessuna ragione, neanche gli parlerete. E se si ammalerà, il farmacista, che è dei nostri, non gli darà medicine; e Castorino fornaio, al quale ho già fatto parola e messo paura, non avrà pane per lui; v’ho detto: soltanto il prete per l’olio santo. Che se d’altronde un crumiro verrà a morire, qui, neanche il becchino darà mano a seppellire la sua carogna! Per qualche tempo, qualcuno disse ancora, od ebbe negli occhi un’obbiezione: – Ma la carità cristiana? – È finita – risposte – la carità cristiana: comincia la giustizia proletaria” (pag 580-583) [Riccardo Bacchelli, ‘Il mulino del Po. Tomo terzo: Mondo vecchio sempre nuovo’, Mondadori, Verona, 1958]
