“L’anno delle rivoluzioni e delle fortune portentose, dei fastigi e dei precipizi, delle tanto varie e subitanee mutazioni e passioni, sommossa che aveva tutta Europa e stordita, volgendo alla fine gravava sugli uomini una quiete spossata ed oppressa, sui vinti e sui vincitori. Né quelli si rassegnavano, né questi si fidavano. Era una quiete foriera di temporali, e la pace non sembrava ferma a nessuno, né militare, né politica, né sociale. A Vienna Ferdinando imperatore cedeva il trono al giovinetto Francesco Giuseppe, e a Roma, l’assassino di Pellegrino Rossi, col sacrificio della nobiltà dell’intelletto studioso alla torva e turpe ignoranza passionata, segnava la fine, non che d’un generoso assurdo come la monarchia d’un papa liberale e costituzionale, anche dell’Italia antica, della sua varietà di stati in un’unica nazione di civiltà universale, o per lo meno dei tanti progetti escogitati e vagheggiati per assestarla ed assettarla. Ma in Ferrara e nel ferrarese, tra una neutralità irrisa non che violata, tra un’autorità nominale e un potere violento; mentre il paese subiva tutti di danni d’una guerra senz’esser neppure in guerra, lo smarrimento era grande e generale. Forse può darne un’idea la voce corsa, che un brigante Masina, a Comacchio, avesse piantato l’albero della libertà colla croce sopra il berretto frigio: in nome della croce e della libertà, dicevasi, rubava alla gente. Non so se fosse vera cotesta unione di simboli tanto generosamente quarantottesca: vero è che brigante non era, ma anzi proprio quel bolognese Masina, prode fra i prodi della difesa di Roma, dove fra poco sarebbe andato a morire coi sui lancieri sulle scalee di villa Corsini, nella carica famosa. E allora cercava d’imbarcarsi a Comacchio per portare le sue poche diecine di valorosi alla difesa di Venezia assediata. Ma è anche vero che italiani sbandati, disertori austriaci, disperati di tutto il paese, ridavano vita al malandrinaggio. In città, l’autorità legittima, screditata, doveva tollerare gli sfregi di un’anarchia piazzaiuola, per non ricorrere all’aiuto di quei tutori della Fortezza, che della tutela militare imponevan tutti i pesi coll’intenzione di riscuoterne soltanto i vantaggi, fino alla conquista del territorio, a cui quell’anarchia conduceva di per sé. Pochi luoghi dello stato pontificio, insomma erano sbattuti e stanchi come il ferrarese, quando Pio IX fuggì a Gaeta” (pag 651-653) [Riccardo Bachelli, Il mulino del Po. Tomo primo. Dio ti salvi’, Mondadori, Verona, 1958]
