“Ed eccolo, [Dostoievski] a ventitre anni, nel 1844, sottoporre al giudizio di alcuni scrittori in voga un suo breve romanzo ‘Povera gente’, che, presentato da uno di essi a Bielinski, il più grande critico russo del tempo, ne suscitò il più incondizionato entusiasmo, che il gran pubblico, del resto, non tardò a confermare, due anni più tardi, all’apparizione del libro. La fama, comunque, così di colpo conseguita, non valse a trarlo dalle strette della miseria in cui era intanto caduto; dalle quali, a maggior ragione, tanto meno poterono strapparlo i lavori immediatamente successivi, che parvero anzi impari alle sue possibilità. Tutt’altro che insensibile, intanto, alle ingiustizie sociali che si vedeva intorno, si era affiliato al Circolo Petrascevski, organizzazione politica segreta che, scoperta, gli procacciò la condanna a morte, commutatagli all’atto dell’esecuzione in alcuni anni di lavori forzati in Siberia; cui ne dovevan tener dietro tre di servizio militare in qualità di soldato semplice, sempre in Siberia. Condanna e pena ebbero sull’arte di Dostoievski una influenza grandissima: salvo in parte, per l’appunto, il romanzo che qui si presenta, scritto immediatamente dopo il suo ritorno a Pietroburgo, tutte le successive opere dello scrittore, a cominciare dalle ‘Memorie di una casa morta’ (già apparse in questa collezione – BUR, 104-107 – e che sono i ricordi dei suoi anni siberiani), risentono di quelle tremende esperienze. (…) Dopo un breve periodo in cui si occupò quasi esclusivamente, col fratello o da solo, di pubblicazioni periodiche che finirono per mandarlo completamente in rovina, Dostoievski lasciò la Russia e cominciò a peregrinare per vari paesi d’Europa, venendo anche in Italia, e procurandosi un incerto pane, in parte tentando la sorte ai tavoli da gioco, ma più che altro con l’estenuante stesura, assillata dal bisogno, dei suoi romanzi, che non per ciò gli andarono meno meritando quella che ormai, in Russia, più che fama poteva dirsi gloria. Né purtroppo dovevano tardare a darne la folgorante dimostrazione, da qualcuno qualificata nientemeno che terribile, i suoi funerali, che furono una vera apoteosi. Tornato infatti in Russia sfibrato dall’enorme mole di lavoro compiuto nelle condizioni cui si è accennato, egli era stato, sessantenne, il 9 febbraio 1881, ucciso da una emorragia polmonare. (…) ‘Umiliati e offesi’, composto e pubblicato, come si è detto subito dopo il ritorno di Dostoievski a Pietroburgo dalla Siberia, non fu, in verità, accolto in Russia molto favorevolmente. Da noi, invece, quando ci giunse, attraverso la Francia, dopo il 1884, ebbe larga diffusione, tanto che, pur rimanendo, di gran lunga indietro al successo conseguito poi da ‘Delitto e castigo’ e dall’ ‘Idiota’ (che sono, incondizionatamente, veri capolavori), passò innanzi alle altre opere anche più significative. Ciò fu forse dovuto al fatto che questo romanzo, ultimo della prima maniera di Dostoievski, pur racchiudendo come allo stato embrionale tutti e quasi tutti i motivi più caratteristici delle grandi opere successive, è ancora nel suo andamento, parecchio occidentalizzante. Non avrebbe potuto, per esempio, essere coinvolto nell’accusa di torbidezza e di farraginosità lanciata contro le opere successive da certa critica nostra al principio di secolo, orecchiante la francese d’un decennio prima. Più ancora che occidentalizzante, anzi questo romanzo è addirittura una derivazione di Dickens, e specie dalla sua ‘Piccola Dorrit’; derivazione alquanto contaminata, per giunta, da reminiscenza di Sue; il tutto adattato, naturalmente, e adattato assai bene, all’ambiente russo, che è poi ciò che in esso maggiormente interessa, come fu il maggior ispiratore dell’opera medesima” (pag 6-8) [introduzione di L.G. Tenconi a: Fiodor Dostoievski, ‘Umiliati e offesi’, Rizzoli, Bur, Milano, 1955]
