Una società agraria guidata dal supremo principio del bene comune e da una profonda istanza di giustizia e di riscatto degli umili e degli oppressi

“Lo Stato ideale di Eberlin è caratterizzato da una Chiesa comunitaria e partecipativa, basata sulle parrocchie, sull’elezione dei preti e dei vescovi (i primi da parte del popolo, i secondi da gruppi di venti ecclesiastici); una Chiesa controllata dalla comunità (preti e vescovi sono pagati coi soldi della cassa comune, ma i vescovi guadagnano meno dei preti), tutta tesa ad evitare che possa riemergere un potere verticistico: a capo della Chiesa non sarà più ovviamente il papa, ma il suo ruolo sarà svolto dall’assemblea di tutti i vescovi, che si riuniranno una volta all’anno «per trattare del governo cristiano», sempre collegialmente in una sede diversa e sotto la presidenza del vescovo locale. Queste irrinunciabili esigenze «democratiche» le ritroviamo ben presenti nelle norme sulle autorità politiche, anch’esse elettive ai vari livelli e soggette a continue verifiche. Wolfaria è una società agraria guidata dal supremo principio del bene comune e da una profonda istanza di giustizia e di riscatto degli umili e degli oppressi, una società che conserva tuttavia disuguaglianze sociali e proprietà privata e che attribuisce un precipuo ruolo politico alla nobiltà, svuotandola però dei suoi primari privilegi di ceto. In piena conformità sia con l’esperienza e le convinzioni più volte espresse da Eberlin, sia con l’insegnamento di Lutero e della Bibbia, a Wolfaria tutti, compresi i nobili, devono infatti «vivere di agricoltura» e «nessun mezzo di sostentamento deve essere ritenuto più onorevole della coltivazione dei campi e del mestiere di fabbro ferraio», l’unico veramente indispensabile all’esercizio dell’agricoltura. Tutte le cariche politiche spettano però ai nobili, sulla base di un ordine che rispecchia quello della Germania del tempo e che va dal semplice nobiluomo (sindaco di villaggio), al cavaliere (balivo), al barone (capo di una castellania), al conte (capo di una città), al duca o al principe (capi di un comprensorio di dieci città), sino al re, che, «tuttavia, non potrà far nulla senza il consiglio o l’aiuto dei principi». Tali cariche non sono però ereditarie e i nobili possono essere investiti in quanto eletti (par di capire a vita) da tutti i cittadini (verosimilmente solo da quelli di sesso maschile); i loro detentori vengono inoltre stipendiati dalla casa comune, «in base alla mole del loro lavoro», e, proprio come i vescovi, possono agire soltanto dopo aver consultato i loro Consigli composti significativamente per metà da contadini e per metà da nobili. Wolfaria è quindi una singolare forma di democrazia, nella quale solo nobili e contadini svolgono un ruolo politico” (pag 25-26) [Enzo A. Baldini, ‘Gli «Statuti di Wolfaria» di Johann Eberlin (1521). Memoria di A. Enzo Baldini’, Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino, Torino, 1986]