Marlowe e Shakespeare sull’onda della ‘rivoluzione’ dei drammaturghi inglesi

“Le condizioni spirituali erano idonee per la nascita di un teatro inglese importante; ma una tale massa amorfa non avrebbe avuto spettacoli più eccezionali di ‘panem et circenses’, se non fossero venuti i drammaturghi. Vennero. Vennero in una tale profusione che se Shakespeare non avesse brillato più di loro, vi sarebbero stati almento altri due pretendenti al suo posto nel firmamento del teatro. Christopher Marlowe fu il primo di essi: un giovane di Canterbury che visse così pericolosamente da essere assassinato in un’osteria di Deptford durante, pare, una missione segreta, e che aveva idee talmente libere, e una libertà di linguaggio talmente sfrenata, che solo la sua morte lo salvò da un processo per il delitto di bestemmia. Egli scrisse violenti drammi spettacolari in violenti e retorici versi sciolti, battendo la nuova strada così autorevolmente che lo stesso Shakespeare dovette partire da queste basi. Questi drammi affollarono i teatri di gente di tutti i tipi e condizioni, gente per cui appunto erano stati scritti, e l’entusiasmarono con gloriosi conquistatori, re prigionieri, ricche e dolci scene d’amore, oppure Faust pentito e terrorizzato contro il «firmamento lacrimante», come una folla dei giorni nostri viene entusiasmata da una corsa automobilistica. Da questa vita ribollente sorse Shakespeare. Egli non fu un innovatore come Eschilo ed Ibsen. Fu piuttosto il consolidatore di un’arte relativamente nuova. Ma veniva coll’alta marea. Poté usare in pieno la sua gamma di stupefacente precisione di linguaggio, per il livello di recitazione raggiunto dagli attori, ragazzi o uomini che fossero. Il dramma di conseguenza, nelle sue mani, divenne più flessibile, più sottile, più vasto e più profondo che non nelle mani di qualsiasi altro drammaturgo che sia mai esistito. Ma non fu imposto a un pubblico arretrato da uno spirito consciamente progressista. Come materiale recitativo, la sua compagnia, di cui egli stesso era membro attivo e professionale, se ne gloriava. E i suoi drammi erano accolti con piacere dal suo pubblico, per il quale, come quelli di Marlowe, erano stati appunto scritti. Come questo sia stato ottenuto era, un tempo, uno dei misteri della storia. Era quasi inconcepibile che una folla chiassosa potesse aver compreso, e di primo acchito, battute raffinate e complesse come «Domani e domani e domani» nel ‘Macbeth’: o che una tale folla non ne guastasse l’effetto su spettatori più educati, ammesso che ve ne fossero. Eppure non vi sono prove che Shakespeare sia mai stato trovato oscuro o letterario come Jonson o Daniel possono esserlo stati. (…) Il suo genio raggiunse la più piena profondità negli ultimi pochi anni dopo la morte della regine nel 1603 e prima del suo ritiro in campagna. La costellazione degli autori di teatro si stava ormai oscurando, per quanto continuassero ad esservi buoni drammaturghi per altri venti o trent’anni (il periodo cosiddetto elisabettiano è relativamente lungo). Si entrava in una fase di decadenza, illuminata per un po’ da John Ford. Ma vi era una stella di prima grandezza tuttora attiva: John Webster. Scrisse appena un gruppetto di drammi, di cui due soltanto sono buoni. Ma questi due, ‘La Duchessa d’Amalfi’ e Vittoria Corombona’, sono capolavori” (pag 20-22) [Joseph Macleod, ‘Storia del teatro britannico’, Sansoni, Firenze, 1963]