Goethe: compito dell’uomo è interpretare la realtà ‘inafferrabile’ e renderla intelligibile

“Afferma Goethe che la verità non si lascia cogliere mai in maniera diretta, ma soltanto di riflesso, per via di esempi e simboli. Tale verità ci appare come “vita inafferrabile”, pur suscitando in noi il desiderio insopprimibile di afferrarla. La realtà ultima, ‘Urphänomen’, infatti, può essere definita come “vita”, accessibile di fatto a chiunque, eppure ultimamente inesplicabile, in quanto non possiamo spiegare qualcosa che ci è intimamente ignoto nonostante non esista nulla di più familiare perché in essa consistiamo fisicamente e spiritualmente. Pertanto con la parola vita non si intende un’entità fissa, ma un processo in divenire, ovvio e incomprensibile al tempo stesso, di cui solo l’uomo ha coscienza nella sua capacità di riflettere sull’esperienza. L’uomo dunque è circondato e pervaso da una realtà inafferrabile di cui non è l’autore, ma che deve accettare come fatto irriducibile. Suo compito è di interpretare questa realtà e di renderla intelligibile. Nell’attività di comprensione dell’esistente egli si dimostra non mero ricevente passivo di un mondo esterno, ma come un essere attivo e creativo. Quel che crea non è tuttavia una cosa nuova sostanziale, ma è una descrizione del mondo empirico, una rappresentazione (1)” (pag 9) [Claudio Salsi, Giovanna Mori, ‘Rappresentazioni del destino. Immagini della vita e della morte dal XV al XIX secolo nelle stampe della Raccolta Bertarelli’, Edizioni G. Mazzotta, Milano, 2001] [(1) J.W. Goethe, ‘Versuch einer Witterungslehre’ (1825), in ‘Schriften zur Naturwissenschaft, Zweiter Teil, vol XL, dei ‘Goethes Sämliche Werke, Jubiläumausabe, F.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger, Stuttgart, Berlin, s.d., p. 55 (cfr. E. Cassirer, ‘Simbolo, mito e cultura’, a cura di D.Ph. Verene, Bari, 1981, pp. 197-199]