‘In contrasto con Lombroso e Ferri, Napoleone Colajanni negava la cosiddetta «legge biologica della delinquenza»’

“Nel suo scritto del 1887 Colajanni in sostanza applicava a un tipo particolare di devianza, l’alcolismo, la linea interpretativa adottata da Turati per il delitto nel 1882. In polemica con quanti – economisti, sociologi, studiosi del diritto penale – attribuivano all’alcol una responsabilità decisiva nella genesi della miseria e della delinquenza, il siciliano rovesciava i termini del nesso causale: non era l’alcolismo a generare il pauperismo (e quindi il delitto), ma erano invece la miseria e l’ignoranza a spingere verso l’alcol: «L’alcolismo nelle sue proporzioni patologiche» questa la tesi centrale, «non è che un prodotto della miseria generata alla sua volta dalla presente organizzazione sociale». Le radici dell’alcolismo andavano insomma individuate nella viziosa organizzazione sociale, nel modo di produzione e di distribuzione capitalistico, che provocava la «monotonia dell’esistenza degli operai nelle manifatture e il conseguente bisogno della fugace evasione nel vino e nei liquori; come pure un’altra forte spinta alla «vita della bettola» veniva ai lavoratori dell’industria dal tetro disagio delle loro abitazioni, dipendente dall’esiguità delle retribuzioni. «L’operaio nel seno della famiglia, tra le pareti domestiche», notava al riguardo Colajanni, «non trova né conforti né ricreazioni, né igiene, né luce, né calore; egli, al contrario, in una casa, in un tugurio inabitabile va incontro ad uno spettacolo rattristante, a tutti gli orrori della miseria, dalle grida dei figli affamati ai lamenti ed ai mormorii della moglie affranta e corrucciata, dal luridume delle pareti ai cenci che simulano abiti e coperte»; ed era sempre il capitalismo a produrre, con la disoccupazione, quell’ozio che diventava un altro incentivo a cercare un illusorio rifugio nell’ebbrezza alcolica. In questa concezione, che correlava strettamente le dure condizioni di esistenza di tanta parte delle classi popolari all’uso degli alcolici, è comprensibile l’indulgenza con cui Colajanni – d’accordo del resto con buona parte dell’opinione medica – guardava al consumo di vino. (…) In contrasto con Lombroso e Ferri egli negava la cosiddetta «legge biologica della delinquenza» secondo la quale all’alcol andavano attribuite larghe colpe nei reati di sangue e di libidine e contestava la «elettiva influenza criminogena» delle bevande spiritose, adducendo tra l’altro come prova – nel caso particolare dell’Italia – che le province meno dedite all’alcolismo, quelle meridionali, erano quelle con il maggiore indice di criminalità” (pag 10943-10944) [Franco Della Peruta, ‘Napoleone Colajanni e il socialismo positivista. A fine ottocento si sviluppa il dibattito sulla piaga dell’alcolismo’, Il Calendario del Popolo, Teti, Milano, n. 479, Luglio 1985]