“Il volume che viene qui pubblicato raccoglie la trascrizione di otto conferenze tenute da Arturo Labriola nel 1906, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Comune di Parigi.(…) Quanto di soreliano il lettore troverà nelle pagine che seguono lo si deve al fatto che Arturo Labriola è stato tra i massimi esponenti del sindacalismo rivoluzionario in Italia. Sorto – come spiegherà lo stesso Gramsci nel suo saggio ‘Sulla questione meridionale’ – come reazione «meridionale» alla linea riformista che Filippo Turati aveva impresso al Partito socialista italiano portandolo addirittura alla collaborazione con Giolitti in quello che Gramsci chiamerà «blocco industriale», esattamente come la teorizzazione soreliana era stata una reazione contro il riformismo della socialdemocrazia tedesca (48). Allo stesso modo di Sorel, l’esperienza italiana presenterà non poche ambiguità portando gran parte dei suoi esponenti prima su posizioni interventiste e nazionaliste, sia nel momento dell’avvio della compagna italiana in Libia (1908) (49) sia in quello della Grande Guerra (1914-15) (50), poi a sostenere e fiancheggiare il fascismo, quando non direttamente ad aderirvi. Anche Arturo Labriola avrà da questo punto di vista una parabola ambigua, passando dal sindacalismo rivoluzionario al nazionalismo, dal ruolo di ministro dell’ultimo governo Giolitti, all’aventinismo, per sostenere poi il regime ai tempi della Guerra d’Etiopia e infine tornare a sinistra, come indipendente vicino al Pci, nel dopoguerra. Quanto le degenerazioni di destra del sindacalismo rivoluzionario e del sorelismo fossero presupposte come uno dei possibili esiti di quell’ideologia, se non necessari comunque coerenti con i fondamentali di quel pensiero, non potrà certamente essere stabilito qui (51), ma è senz’altro ciò che di più interessante occorre comprendere in riferimento a quell’esperienza politica e intellettuale” (pag 31-32) [Marco Montelisciani, ‘La Comune di Parigi e il problema della rivoluzione. Un’introduzione storica e teorica’ (in) Arturo Labriola, ‘La “Comune” di Parigi. Raccolta di otto conferenze’, Rogas Edizioni, Roma, 2021] [(48) «Nel decennio 900-910 si verificano le crisi più radicali nel movimento socialista e operaio: la massa reagisce spontaneamente contro la politica dei capi riformisti. Nasce il sindacalismo, che è l’espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco con la borghesia e per un blocco coi contadini e in primo luogo coi contadini meridionali. Proprio così: anzi in un certo senso, il sindacalismo è un debole tentativo dei contadini meridionali, rappresentati dai loro intellettuali più avanzati, di dirigere il proletariato» (A. Gramsci, ‘La questione meridionale’, Editori Riuniti, Roma, 1991, p. 20); (49) «Il fatto dell’emigrazione fa nascere la concezione della “nazione proletaria” di Enrico Corradini, la guerra libica appare a tutto uno strato di intellettuali come l’inizio dell’offensiva della “grande proletaria” contro il mondo capitalistico e plutocratico. Tutto un gruppo di sindacalisti passa al nazionalismo, anzi il partito nazionalista viene costituito originariamente da intellettuali ex-sindacalisti (Monicelli, Forges-Davanzati, Maraviglia)» (Ivi, p. 21); (50) «Tutti ricordano che in realtà, quando Mussolini esce dall’ ‘Avanti!’ e dal partito socialista, egli è circondato da questa corte di sindacalisti e meridionalisti» (Ivi, p. 22); (51) A tal proposito Gramsci «assolve» Sorel, il cui pensiero è stato a suo giudizio ricoperto da «incrostazioni parassitarie deposte (…) dagli ammiratori dilettanti» (‘Quaderni del carcere’, vol. I, Q., 4 (XIII), p. 470) e che solo se ‘distorto’ può «dar luogo a interpretazioni conservatrici» (Ivi, vol. 3, Q. 17 (IV), p. 1924]
Dal sindacalismo, all’interventismo e al nazionalismo
- Autore dell'articolo:Gianfranco Bozzano
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