Braccia italiane per l’economia di guerra tedesca. Da ‘camerati del lavoro’ a lavoratori forzati

“È noto quale sia stato il commento di Goebbels all’armistizio concluso fra il governo Badoglio e gli alleati ed alle immediate contromisure tedesche: «la catastrofe italiana si è rivelata un buon affare per noi, sia con la cattura delle armi, sia con l’acquisto di manodopera», così avrebbe scritto nel suo diario, 23 settembre 1943, il potente ministro della propaganda. Al dl là di ogni valutazione sul significato di questa frase per quelli che saranno, nei venti mesi successivi, i rapporti fra la Germania e l’Italia occupata, l’appunto del gerarca renano mi pare rappresenti esemplarmente quella che era la considerazione in cui, da tempo, l’Italia era tenuta da parte dei circoli dirigenti tedeschi: uno Stato subalterno, da un lato suscettibile di essere utilizzato per le risorse che poteva mettere a disposizione, fra cui spiccava la manodopera, dall’altro bisognoso di un costante sostegno militare ed economico. Questa ambivalenza, che attraversa tutta quanta la storia dell’alleanza italo-tedesca e che emerge con particolare rilevanza nella vicenda del reclutamento e dell’impiego in Germania di manodopera italiana, si scioglie brutalmente con la crisi dello Stato monarchico-fascista; quando, pochi giorni dopo l’8 settembre, Mussolini ritorna sulla scena politica come capo di un risorto fascismo e viene costituita la Repubblica sociale italiana, siamo di fronte ad una vicenda assai diversa, dove sono certamente presenti forti elementi di continuità col passato, ma in un quadro notevolmente mutato. La storia della RSI va inscritta nel segno del collaborazionismo, categoria indispensabile per comprendere molta parte della storia dell’Europa occupata dalle armi nazifasciste, ma in sé radicalmente differente da quella di dipendenza. Nel nuovo contesto che così si determina, la questione dell’utilizzo di braccia italiane per l’economia di guerra tedesca continua a giocare un ruolo non trascurabile; le condizioni in cui ciò avviene, però, sono drasticamente mutate: gli italiani non sono più «camerati del lavoro», secondo l’appellativo dato loro dai tedeschi quando l’Asse sembrava forte e prospero, ma sono ridotti allo stato di prigionieri, come accade agli oltre seicentomila IMI, a cui non viene nemmeno riconosciuto lo status giuridico di prigionieri di guerra, oppure sono considerati e trattati come lavoratori forzati, sorte che spetta ai civili rastrellati nei territori occupati dalle forze armate del Reich. Non vanno dimenticati, infine, i circa quarantamila italiani che saranno deportati in KL fra l’8 settembre 1943 ed il 25 aprile 1945; anch’essi vengono in gran parte utilizzati nell’industria di guerra tedesca, nei venti mesi di «guerra totale» che concludono il conflitto” (pag 456-457) [Brunello Mantelli, ‘«Camerati del lavoro». I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell’asse, 1938-1943’, La Nuova Italia, Firenze, 1992]