Europa-Stati Uniti. Gramsci, americanismo ed egemonia

“La questione chiave è se l’imitazione del modello di vita americano abbia prodotto la subordinazione di altre società al potere imperiale americano. L’idea di Williams (a)- che il potere del modello di vita imperiale provenga dall’essere un fenomeno societale, radicato nella cultura civica, piuttosto che imposto dallo stato – richiama alcuni termini della problematica dell’egemonia. Quando il termine fu usato nella teoria politica tedesca del XIX secolo, egemonia si riferiva naturalmente alla preminenza politica di stati-nazione nelle relazioni internazionali. Quando se ne appropriarono i bolscevichi, e più tardi il marxista italiano Antonio Gramsci, per discutere le relazioni di potere fra le classi entro lo stato-nazione, il termine acquistò significati culturali assenti in origine. Venne così a significare una forma integrale di dominio di classe le cui premesse erano nel coinvolgimento delle classi subalterne nelle istituzioni politico-culturali e nelle esperienze socio-culturali dei gruppi dominanti. Riferendosi al dibattito sull’americanismo nell’Europa degli anni ’20, lo stesso Gramsci avanzò l’ipotesi che la nozione di egemonia potesse estendersi allo studio delle relazioni fra stati nazionali. Egli pose il problema se nel mondo moderno una nazione potesse stabilire una «egemonia culturale» sulle altre: «oppure il mondo è divenuto così unificato nella sua struttura socio-economica, che un singolo paese non può più valersi della sua capacità di innovazione per stabilire un monopolio politico, e servirsene come base per costruire un’egemonia?» (10). La sua risposta implicita era negativa. La cultura poteva legittimare il potere politico dello stato. Ma di per sé essa non poteva conferire tale potere, né poteva distruggerlo per la stessa ragione. Di più, la cultura era per natura facilmente trasferibile. Un’altra società poteva appropriarsene e svilupparla per legittimare un potere statale già costituito, un po’ come nella teoria marxista la classe operaia può appropriarsi della tecnologia borghese e gestirla per rivoluzionare la società capitalistica. Ma Gramsci non pensava in termini di una più larga diffusione nella società di modelli, valori o miti stranieri; la sua nozione di imperialismo culturale riposava sull’élitismo illuminato della cultura imperiale francese o sullo schema industriale dell’ottocentesca «officina del mondo» britannica. (…) Ovviamente Gramsci riecheggiava le problematiche dibattute sin dagli anni ’20 in Europa sotto il capitolo americanismo. Nell’Europa degli anni che seguirono la prima guerra mondiale, gli Usa erano divenuti di colpo il creditore principale e più esigente, dopo essere stati debitori dell’Europa per oltre un secolo. La prodigiosa capacità produttiva dell’America minacciava di invadere i mercati europei e quelli delle colonie europee. Operando tramite «strutture informali di cooperazione», e sfruttando i vantaggi fiscali sulla produzione europea, gli Usa sfidavano l’Europa non solo con la forza delle tecniche economiche – taylorismo e fordismo – ma anche con una struttura interamente nuova di opportunità socio-culturali (11). La produzionbe standardizzata poteva infatti livellare le abitudini di consumo e cancellare le differenze di status ereditarie. La scienza della pubblicità avrebbe insieme educato e livellato i gusti. Le industrie culturali di massa, specialmente il cinema, avrebbero spezzato le tradizionali distinzioni di classe, ridisegnando identità e ruoli comunitari, o addirittura producendo nuovi e più democratici pubblici nazionali. (…) La percezione che gli Usa fossero tanto una sfida al potere nazionalistico quanto un nuovo modello di società progressista di massa era diffusa sia a destra che a sinistra. Il problema era come far fronte alla scelta che ciò sembrava imporre: imporre la scelta, come scriveva Ernest Mandel, «fra il diavolo del capitale americano e il profondo mare blu dell’americanizzazione» (12). L’Europa avrebbe respinto entrambe (…)” (pag 14-16) [Victoria De Grazia, ‘Americanismo d’esportazione’, ‘La critica sociologica’, Roma, n. 71-72, 1984-85] [(a) William Appleman Williams, ‘Empire as a Way of Life’, N.Y., Oxford Univ. Press, 1980; (10) A. Gramsci, ‘Quaderni del carcere’, a cura di V. Gerratana, 4 voll, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, p. 1618; (11) Non esiste uno studio generale dell’impatto americano nell’Europa dopo la prima guerra mondiale, ma per il nuovo contesto di relazioni internazionali, v. M.P. Leffler, ‘The Elusive Quest’, Chaper Hill, Un. of North Carolina Press, 1979 e S.E. Schuker, ‘The End of French Predominance in Europe’, Chapel Hill, Un. of North Carolina Press, 1976; sulla penetrazione economica Usa., v. F. Southard’ American Industry in Europe’ (1931), Boston and N.YL, Arno press, 1976; sulla cultura della tecnologia, v. J. Merkle, ‘Management and Ideology’, Berkeley, Un. of California Press, 1981; C. Friedemann, ‘La Crise du Progrés’, Paris, Gallimard, 1936; C. Lütkens, ‘Die Amerika legende’, ‘Socialistische Monatshefte’, XXXVIII 1932 45-50, e C.S. Maier, ‘From Taylorism to Technocracy’, ‘Journal of Contemporary History’, 2, 1970, 27-61; (12) E. Mandel, ‘Europe vs America; Contradictions of Imperialism’, London New York, New Left Books, 1970, p. 154]