Dopo una lunga notte, durata dieci secoli, con le lettere e con le arti rinasceva un mondo, rinasceva una civiltà

“È difficile resistere alla tentazione di ravvisare nella lenta individuazione dell’Italia come spazio politico dalle caratteristiche originali e autonome non solo nel contesto dell’Impero, ma in quello altresì dell’intera Europa agli albori dell’età moderna, la matrice entro cui maturò la parallela individuazione di un retroterra storico italiano, a sua volta autonomo e distinto rispetto al quadro tradizionale romano-imperiale. È tuttavia, sicuro che, in ogni caso, la nuova intuizione storiografica fu legata egualmente alle vicende della cultura umanistica, e, in particolare, alle vicende di quella sensibilità culturale che portò a ravvisare tra l’antichità, che ora veramente diventa «classica» nel senso qualificativo e normativo del termine, e l’età moderna una ‘media tempestas’, una ‘media aetas’, insomma il nostro medioevo (1). È noto come da questa nuova intuizione storiografica venisse – e ciò è il suo grande significato di modernità – «rimossa l’impalcatura teologica» della storiografia e della cultura precedente, soppresso lo schema religioso «delle monarchie e delle età del mondo», mutata la prospettiva storica fino ad affermare «uno svolgimento ulteriore di là dai quadri del dramma cristiano» (2). Con ciò anche i momenti, privilegiati nella precedente storiografia di impianto religioso, del trasferimento della capitale dell’Impero da Roma a Bisanzio ad opera di Costantino, con la congiunta leggendaria donazione dell’Occidente al papa, e del rinnovamento dell’Impero realizzato con l’incoronazione di Carlo Magno, vengono «spogliati del carattere religioso, dei motivi pratici, politici e dell’ammanto dottrinale, si sono anch’essi laicizzati, ridotti ai semplici ‘fatti’» che indicavano (2). Rispetto alla ‘translatio Imperii’ costantiniana e alla ‘renovatio’ carolingica assumevano piuttosto rilievo i processi di decadenza e di immiserimento avviati dalla ‘inclinatio’ della civiltà antica nel V secolo. Una lunga notte, durata dieci secoli, si chiudeva: con le lettere e con le arti rinasceva un mondo, rinasceva una civiltà; e «nei rinnovatori dell’antico – come acutamente notava Antonio Labriola – questo diveniva davvero l’antico» (3)” (pag 115-116) [Giuseppe Galasso, ‘L’Italia come problema storiografico’, Utet, Torino; 1981] [(1) Oltre alle opere già citate alla precedente nota 1 a p. 101 e la bibliografia in esse riportata, si veda il sempre valido G. Falco, ‘La polemica sul medioevo’, nuova ed. a cura di F. Tessitore, Guida, Napoli, 1977; (2) G. Falco, ‘La polemica sul medioevo’, cit., p. 48; (3) Cfr. A. Labriola, ‘Scritti editi e inediti…’, cit., p. 468]