“Quando la guerra incominciò, Tucidide era un giovane di quasi trent’anni. Si suppone infatti che sia nato intorno al 460 a C., ma non ne siamo affatto certi. Doveva essere abbastanza avanti negli anni per ottenere, nel 424, la carica di ‘strategos’ (generale), per la quale l’età minima richiesta era probabilmente di trent’anni, ma doveva essere anche abbastanza giovane, se vogliamo dare una spiegazione all’affermazione che inserì a sua difesa in quella che è ora convenzionalmente chiamata «Seconda Introduzione»: «Ricordo personalmente che, dall’inizio alla fine della guerra, molti andavano sussurrando che sarebbe durata ventisette anni. Io l’ho vissuta tutta, in un’età in cui ero ben in grado di capire ciò che stava accadendo (V, 26)». Tucidide ci racconta che, appena la guerra incominciò, decise di divenirne lo storico, perché si era reso conto che sarebbe stato un conflitto lungo e senza precedenti. Come cittadino ateniese abile e possidente, anzi aristocratico, non poté dedicare al suo progetto tutto il tempo, poiché dovette anche combattere. Ma nel 424 venne esiliato, perché era stato riconosciuto incapace di condurre a buon esito l’incarico affidatogli con la nomina a comandante della zona nord-orientale. Come sempre, Tucidide ricorda brevemente il fatto, senza alcun commento; aggiunge solamente che si venne così a trovare in una posizione migliore per ottenere informazioni da tutte e due le parti (IV, 104-107 e V, 26). Non aveva problemi di denaro perché le miniere ereditate in Tracia gli fornivano le entrate necessarie. Poté probabilmente rientrare in patria dopo la sconfitta ateniese del 404 e morì ad Atene subito dopo, per quanto non se ne conosca la data esatta. Non si sa neppure come Tucidide abbia portato avanti il compito che si era assegnato, poiché dice molto poco dei suoi metodi di lavoro, se si esclude il passo sulla inattendibilità dei testimoni oculari, passo che, comunque, ci dà meno informazioni di quanto si potrebbe credere da alcuni elogi tributatigli in epoca moderna: «Per quanto riguarda la mia cronaca dei fatti di guerra, mi sono imposto il principio di non scrivere mai la prima storia in cui mi imbattessi e di non lasciarmi neppure guidare da impressioni generali; o ero presente personalmente ai fatti che ho narrato o mi sono servito di testimoni oculari, controllando però con la maggior attenzione possibile quanto mi veniva detto. Neppur così è stato facile scoprire la verità: differenti testimoni davano degli stessi fatti versioni diverse, o perché favorivano l’una o l’altra parte o perché non si ricordavano bene (I, 22)». Propositi encomiabili e persino rivoluzionari per i tempi di Tucidide; i fatti, però, sono per noi alquanto deludenti. Diversamente da Erodoto, Tucidide non nomina mai i suoi informatori e afferma di aver partecipato direttamente agli avvenimenti soltanto in due occasioni: quando si ammalò di peste e quando fu generale ad Anfipoli” (pag 7-8) [(in) introduzione di Moses I. Finley, al volume. Tucidide, ‘La guerra del Poloponneso. Volume primo. Libri I-IV’, Rizzoli, Milano, 2009]
