‘Il distacco fra Mussolini e il popolo italiano era cominciato con la guerra di Spagna…’

“Eravamo riuniti al Consolato Generale. Era stato infatti preannunciato per quel pomeriggio un discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Sapevamo di che cosa si trattava non perché ne fossimo stati informati, ma perché non era pensabile che, mentre l’Esercito francese batteva irreparabilmente in ritirata, Mussolini avrebbe preso la parola per annunciare decisioni di carattere interlocutorio. Sapevamo quindi che era la guerra. Come è difficile a vent’anni di distanza rievocare i sentimenti di allora. Certo eravamo tutti sotto la magia delle strepitose vittorie tedesche e le circostanze moralmente ignobili del nostro intervento non dispensavano dal pensare che a non muoversi – in considerazione dell’infelice momento – ci saremmo esposti al rischio di avere di lì a qualche giorno i tedeschi sulla nostra frontiera occidentale da Modane a Mentone. Quella dichiarazione di guerra non fu dunque, in se stessa, un errore, ma la conseguenza degli errori commessi prima, quando Mussolini senza necessità e contro il prevalente sentimento del popolo italiano aveva vincolato l’Italia alla Germania nazista, incoraggiandola così a persistere nel cammino intrapreso; né aveva saputo afferrare successivamente le molte occasioni offertegli dall’incauto alleato per svincolarsene, quando avevamo ancora le carte in regola per poterlo fare. Mussolini comunque, anche per chi, come me, era venuto su nella mitologia fascista – a stento contraddetta dalle riserve prudenti di qualche anziano e dalla impazienze incomprese di pochi giovani – non era più quello di una volta. Il distacco fra Mussolini e il popolo italiano era cominciato con la guerra di Spagna all’indomani del periodo dell’affiatamento più completo che la storia d’Italia abbia forse registrato fra un condottiero e il suo popolo. Il periodo, intendo dire, della guerra di Etiopia e della sua conclusione. È questo un fatto che la critica storica, anche preconcetta, non potrà demolire. La nostra partecipazione alla guerra civile di Spagna non era invece sentita. (…) Il secondo avvenimento, che accentuò quel distacco, fu l’Anschluss. I contorcimenti verbali di Mussolini per giustificare, come necessario e anzi come auspicabile, quello che aveva saggiamente impedito qualche anno prima lo screditarono profondamente nel giudizio del popolo: giudizio che era il suo piedistallo fino a quando gli fosse stato favorevole. Il terzo avvenimento fu la stipulazione dell’alleanza con la Germania, alla quale si addivenne sotto l’impulso non già di una decisione meditata, ma di una volontà capricciosa. Dietro la facciata dell’entusiasmo ufficiale l’Italia fu percorsa da un brivido di disgusto e di paura. Ma non bastava. Sopraggiunsero infatti poco dopo le funeste leggi razziali. Era la rottura con la ragione anzi con il buon senso e con la vocazione più profonda del popolo italiano, che è sempre stata vocazione di umanità e non di razza. Con quelle leggi Mussolini aveva veramente passato il Rubicone, ma l’aveva passato a rovescio: non per conquistare Roma, ma per perderla. L’incantesimo era finito. L’intimo pensiero dei più era oramai quello di sapere dove di questo passo si sarebbe andati a finire. Da questo stato d’animo di trepida rassegnazione il popolo italiano fu riscosso due volte e due volte credette di sognare: dall’accordo di Monaco del settembre del ’38 e dalla dichiarazione di non belligeranza del settembre successivo. Le manifestazioni di giubilo, che esplosero in queste due occasioni, anziché confortare e incoraggiare Mussolini nella via che bisognava seguire, lo offesero invece profondamente” (pag 65-66) [Alfonso Ferrari, ‘Treno diplomatico’, Nuova Antologia, Roma, n. 1925, maggio 1961]