‘Non c’è strada di Monaco che non riveli subito l’odio per l’ebreo. La rivolta della Baviera, divenuta insurrezione germanica per la restaurazione e la purificazione dell’Impero, ha portato ad un improvviso e impetuoso antisemitismo. Già un anno fa, gli studenti di Berlino hanno cacciato dall’aula dell’università, come un filisteo importuno, il professor Einstein, reputando che la sua qualità di ebreo, non potesse essergli perdonata neppure con la sua teoria, divulgata per il mondo, della relatività. E oggi per le vie cittadine, si ostenta la fede nazionale con una medaglia all’occhiello, dov’è impressa una croce uncinata, simbolo della crociata agli ebrei. Portavano questa croce anche gli ufficiali e i soldati che scrivono ancora a grandi caratteri sui muri delle caserme, come parole di guerra: ‘Nieder mit den Iuden!’ (Morte agli ebrei!). La propaganda è attiva. I giornali nazionali di Monaco dei partiti della coalizione hanno ogni giorno un pensiero per lo sterminio degli ebrei e le vetrine dei librai si riempiono di libri, opuscoli, fogli volanti di ogni colore che denunciano il «pericolo ebraico» e la necessità nazionale tedesca di fronteggiarlo con ogni forza. Tipiche sono le parole che a Monaco scriveva il ‘Volkischer Beobachter’: «La nostra guerra è stata diretta solo contro gli eserciti dei nostri nemici, che potevamo vincere; ma ha trascurato la Banca internazionale ed il capitale ebraico, che muovevano le loro truppe mercenarie per saccheggiare la nostra economia nazionale. Non abbiamo avuto alcuna difesa efficace contro questo segreto nemico che nelle centrali delle plutocrazie occidentali ha gettato le sue reti a torno la Germania: ci è mancata anzi una difesa efficace per combattere questo nemico nell’interno del nostro stesso popolo». Si capisce perché fra il popolo povero il rancore contro lo ‘Schieber’, il ricco di guerra, prenda ora quasi soltanto un bersaglio: l’ebreo. Se si vuol gettare un’ingiuria dietro la fuga di un’automobile elegante c’è un grido solo: ‘Pfui Iude!’. E vi sono negozi che si rifiutano, con cartelli pubblici, di vendere agli ebrei e case che non si dànno in affitto a gente non provata cristiana. La schiumosa onda torbida dell’odio nazionale ingrossa. È un segno manifesto dell’interno travaglio tedesco questo riprendere della lotta di razza e di fede che mette, anche fuori dei partiti politici, gli uni contro gli altri gli uomini, in una assurda ostilità civile. (…) C’è stata sempre, si sa, fra i nazionalisti tedeschi la tradizione dell’odio all’ebreo, non riconosciuto come un tedesco autentico. Tutti i grandi spiriti rappresentativi germanici della filosofia e della musica, delle armi e della politica, da Goethe e Schopenauer a Wagner, da Treitschke e Moltke a Bismarck sono stati irriducibilmente antisemiti. E al loro seguito la ‘Deutsche Nationale Partei’, che rivendica la immunità della razza tedesca, poneva per condizione ai suoi affiliati di provare la purità della loro discendenza cristiana. La guerra aveva appena sopito questa rivalità nazionale: ma il crollo l’ha riaccesa subito violenta. È ricominciata l’analisi acre del «nemico Israele» ed un processo inesorabile delle sue colpe di fronte alla nazione tedesca. Ecco, semplice e serrato, l’atto pubblico di accusa. L’ebreo non è tedesco, ma internazionale come l’ha definito Schopenauer quando ha detto che «la patria degli ebrei sono gli altri ebrei». (…) È a Monaco che si sono costituite le prime associazioni tedesche segrete di vendetta e di guerra. (…) Hanno freddato Rathenau con qualche colpo di rivoltella. E se a Berlino il governo allarmato ha risposto con la legge per la difesa della Repubblica contro la quale è insorto ora il governo bavarese, a Monaco si sono accesi lumi di gioia e s’è detto: «la liberazione comincia». Il caduto non ha raccolto pietà. Aveva parlato di una pace mistica fra gli uomini, è stato abbattuto per una esplosione di rancore nazionale” (pag 15-23) [Virginio Gayda, ‘La Germania contro la Francia’, R. Bemporad, Firenze, 1923]
