“Le duecento fiabe dei Grimm furono raccolte, per una considerevole quantità, dalla viva voce di narratori del popolo, ma anche da testi letterari (manoscritti medievali, libri religiosi, raccolte di racconti). La fonte popolare più ricca e preziosa fu una contadina di un villaggio vicino a Kassel, Katherina Wiehmannin che – secondo le parole di Wilhelm Grimm – “conserva nella sua memoria queste vecchie storie, dote che non a tutti è data, e le racconta coscienziosamente con vivacità e con evidente piacere. Dopo la prima narrazione spontanea, su nostra richiesta, ripete lentamente; cosicché con un po’ di pratica è possibile scrivere sotto la sua dettatura parola per parola. Abbiamo registrato molte fiabe così, con fedeltà assoluta”. (…) La fortuna della raccolta dei fratelli Grimm in Italia è dovuta soprattutto all’edizione Einaudi del 1951, voluta da [Giuseppe] Cocchiara, “nel clima di risveglio – ricorda Calvino – di studi etnologici suscitato in Italia da Cesare Pavese ed Ernesto De Martino”. La traduzione integrale delle duecento fiabe ha fatto conoscere per la prima volta in maniera diretta e completa la straordinaria dimensione creativa dei racconti e l’estrema varietà di temi e motivi (le fiabe paurose, quelle umoristiche e bizzarre, quelle dei misteri, degli incantesimi, degli animali magici e degli animali parlanti, dei furbi e degli sciocchi…). Non pare inutile segnalare, tuttavia, qui l’attenzione viva e interessata che, qualche tempo prima, Antonio Gramsci aveva prestato all’opera dei fratelli Grimm. Gramsci, tra il 1929 e il 1931, in carcere, si dedica alla traduzione delle fiabe dei Grimm per perfezionare la conoscenza del tedesco, ma anche come riflessione su questioni educative sulle quali va riflettendo. Il valore che Gramsci assegna alle fiabe popolari è rivelato in una lettera del 18 gennaio 1932. Scrive alla sorella Teresina: “Ho tradotto dal tedesco, per esercizio, una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini e che anzi in parte rassomigliano loro, perché l’origine è la stessa (…). Vedrò di ricopiarle in un quaderno e spedirtele, se mi sarà permesso, come un mio contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli”. E, consapevole del ruolo fondamentale di mediazione che l’adulto ricopre nella comunicazione fantastica con i bambini, aggiunge: “il lettore dovrà mettere un pizzico di ironia e di compatimento nel presentarle agli ascoltatori, come omaggio alla modernità”. Dell’intero corpus dei Grimm Gramsci traduce ventiquattro fiabe, tra cui le più celebri, da ‘Cenerentola’ e ‘Rosaspina’ a ‘Cappuccetto Rosso’, da ‘Biancaneve’ (da Gramsci ribattezzata ‘Nevina’) a ‘I musicanti di Brema’ e a ‘Giovanni Senzapaura’. Per la selezione dei testi impiega un criterio di non pura evasione, ma di adesione ai propri principi educativi. Scegli i testi che ritiene più adatti allo sviluppo delle capacità intellettive e emotive dei bambini e fra questi, ovviamente, le fiabe che forniscono esempi di solidarietà e di altruismo) (‘Il lupo e i sette caprettini’, ‘Il cane e il passero’), e quelle umoristiche che, grazie al lieto fine o al piacevole sviluppo degli avvenimenti, possono apparire più gradevoli (‘Elsa la furba’, ‘Gianni e la felicità’, ‘Gente furba’” [Carmine De Luca, ‘Nota critica’ (in) Jacob e Wilhelm Grimm, ‘Le fiabe del focolare’, L’Unità- Einaudi, Roma, 1996]
