“«Il fuoco, non il ‘fall out’, è il grande sterminatore in una guerra termonucleare. La tempesta di fuoco di Amburgo, così opportunamente rievocata e descritta da Caidin, è un modello perfetto di ciò che senza dubbio – e su scala ancor più allucinante – avverrà nelle moderne metropoli in caso di confliItto atomico». È alla luce di questa premessa – apparsa sull’autorevolissimo ‘Scientifc American’ – che va letto ‘Operazione Gomorra’. Perché il punto è questo: il termine “tempesta di fuoco”, usato per definire ciò che si scatenò ad Amburgo il 27 luglio 1943 (e che si ripeté a Tokio il 10 marzo 1945), non ha nulla di figurato e di letterario. È un ‘termine tecnico’, applicabile a un preciso fenomeno che si verifica in determinate circostanze. E il libro di Caidin – fondato su documenti e testimonianze di parte sia tedesca che alleata – è innanzitutto un rapporto tecnico, anche se più apocalittico e raccapricciante dello stesso racconto biblico che dette il nome di codice all’operazione alleata. Se infatti su Gomorra si abbatté una «pioggia di fuoco», per Amburgo la «pioggia» (di 80.000 bombe al fosforo e 3.000.000 di spezzoni incendiari) fu soltanto il principio,,,” (pag 7) [premessa al volume di Martin Caidin, ‘Operazione Gomorra’, Mondadori, Verona, 1968] “Amburgo era la seconda città del Reich: il numero degli abitanti, un milione settecento sessantamila prima della guerra, era lievitato fino a raggiungere i due milioni per l’affluire degli operai agli arsenali, ai docks e alle industrie. Era il porto più attivo dell’Europa continentale nonché un importante centro di produzione di sommergibili di tutta la Germania. Il circondario contava più di tremila industrie e di cinquemila imprese commerciali, quasi tutte collegate con la navigazione e i trasporti marittimi, e attività per le quali Amburgo andava famosa. Tutti i cantieri più importanti e la stragrande maggioranza di quelli minori lavoravano notte e giorno alla costruzione degli U-Boote. La sola Amburgo forniva alla nazione più del quarantacinque per cento dei sommergibili. Era la sede del più famoso complesso industriale del settore, quei Cantieri Blohm e Voss che si erano guadagnati una fama internazionale, nell’anteguerra, producendo idroplani e idrovolanti colossali. Non meno importanti erano la Europaische Tanklager und Transport A.G., le distillerie della Rhenania Ossag e i cantieri di Ernst Schliemann a Wilhelmsburg. (…) Come obiettivo militare era particolarmente vulnerabile agli attacchi incendiari. Era stata costruita secondo i criteri della maggior parte delle più antiche città tedesche. Al centro, la densità edilizia, il rapporto, cioè, tra l’area coperta dai fabbricati e quella totale – andava dal trenta al quaranta per cento. Era un fattore molto importante, perché un indice così alto espone qualsiasi città a quella terrificante catastrofe che è la ‘tempesta di fuoco’. I risultati di un attacco a base di bombe incendiarie, nel corso di un bombardamento tanto «a tappeto» che «di precisione», dipendono in buona parte dalle condizioni del vento. (…) Ad Amburgo, le condizioni a terra furono quasi perfette. L’ ‘assenza’ di forti venti durante i ripetuti attacchi britannici fece cadere milioni di bombe incendiarie in un’area ben circoscritta. Trattandosi di quartieri fitti di costruzioni, le bombe dovevano per forza appiccare decine di migliaia di incendi in pochi minuti. (…)” (pag 11-14) [Martin Caidin, ‘Operazione Gomorra’, Mondadori, Verona, 1968]
