“[Gramsci] in una prospettiva originale – che rivelava da un lato l’assimilazione e il ripensamento della strategia rivoluzionaria e, dall’altro, un’attenta analisi della storia della società italiana e del processo di formazione dello stato unitario, con i suoi limiti e i problemi irrisolti – Gramsci inseriva la questione meridionale nel moto rivoluzionario del dopoguerra. «La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di «sfruttamento», egli osservava acutamente in ‘Alcuni temi della questione meridionale’. Come uscire da una situazione storica apparentemente priva di sbocchi? Gramsci indicava la soluzione del problema in una solidarietà fra Nord e Sud: «Il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini» precisava, «non deve essere ricercata in una divisione di terre incolte (…) ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse a che il capitalismo non rinasca economicamente nella proprietà terriera (…) acché l’Italia meridionale e le isole non diventino una base militare di controrivoluzione capitalistica». «Imponendo il controllo operaio sull’industria», suggeriva ancora Gramsci, «il proletariato rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole (…) di stoffe e di calzature (…) di energia elettrica per i contadini; impedirà che più oltre l’industria e la banca sfruttino i contadini e li soggioghino (…). Farà tutto questo perché è suo interesse (…) avere e conservare la solidarietà delle masse contadine (…), rivolgere la produzione industriale al lavoro utile di pace e di fratellanza fra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno». Se tale moto non avesse raggiunto il suo scopo, ammoniva Gramsci nel 1920, si sarebbe verificata «una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa», tale da cancellare ogni traccia del sia pur limitato e precario liberalismo dell’anteguerra. L’uomo di Ales doveva rivelarsi buon profeta: appena due anni dopo, il fascismo saliva al potere” (pag 11923) [Ermanno Capani, ‘Antonio Gramsci e la questione meridionale’, ‘Calendario del Popolo’, Milano, n. 495, gennaio 1987]
‘Gramsci inseriva la questione meridionale nel moto rivoluzionario del dopoguerra’
- Autore dell'articolo:Gianfranco Bozzano
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